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Mauro junior mauro.jr at iol.it
Wed Nov 8 16:55:29 MST 1995


At 21.23 07/11/95 -0800, Robert Peter Burn, Jesuit wrote a pastoral letter
to several marx.list subscribers. To me in Italian I try to anwer quickly to
all the points, and in Italian.

Caro Robert
la mia profonda antipatia per i preti (tutti i preti, cattolici,
protestanti, ebrei musulmani, shintoisti e quant'altro) non si estende
necessariamente alle persone, singolarmente considerate, le quali possono
essere pessimi soggetti, degni di forca immediata, o gentili, illuminate e
animate dai migliori sentimenti.
Avevo scritto, nel messaggio di risposta a UticaRose:
>I, for instance, have nothing at all in common with a Jesuit. I could
welcome him for discussing and confronting the methods (in reading history,
in analysing society. The discussion with a jesuit is certainly stimulating
the brain of anybody. But let be clear:between jesuits and marxists there is
nothing in common.
Traduco (il mio inglese è certamente, almeno per te, meno chiaro dell'italiano):
"Io per esempio non ho nulla in comune con un gesuita. Posso dargli il
benvenuto (nella lista, si intende) per discutere e confrontare i rispettivi
metodi (nella lettura della storia, nell'esame della società). La
discussione con un gesuita è certamente stimolante l'intelletto di chiunque.
Ma siamo chiari: fra gesuiti e marxisti non c'è nulla in comune."
Non posso che confermare quanto ho detto. Più avanti ho scritto anche che 
"Rimane fermo il fatto che una cosa (pardon un uomo)è il prete, altro cosa è
l'operaio (che è un po meno uomo del prete, non è vero?). L'operaio ha
(storicamente non oggi) le ragioni materiali per essere rivoluzionario,
indipendentemente dalla sua fede religiosa.
Poiché il partito di classe guida politicamente la classe operaia, che si
organizza alla base nei soviet (ma questa è tutt'altra storia) i comunisti
non hanno ragioni per combattere gli operai religiosi."
Aggiungo qui che non li accettano nel partito, il quale è partito di quadri
(NON DI MASSA), ma li accettano più che volentieri in qualunque
organizzazione intermedia fra partito e classe e (ma qui non sono i
comunisti a doverli accettare) negli organismi di massa la classe stessa si dà.
Contro i preti invece lotta dura: non li spariamo, certo, ma li consideriamo
avversari in quanto preti. Per intenderci: anche i poliziotti possono essere
brave persone considerate nella loro famiglia e nei loro rapporti "umani",
ma sono semnza dubbio (e credo che tu possa convenire) 
dei nemici della classe operaia, come di qualunque ribelle all'ordine
costituito. La differenza fra i preti e i poliziotti - in termini di
risultati di altre ovvie e meno ovvie differenziazioni - sta nel fatto che
mentre i poliziotti, se non disertano, sparano e dunque devono essere
sparati, i preti non sparano e (in generale) non c'è ragione di spararli. Ma
ci sono mille ragioni per combatterli sul piano teorico e politico.
Non c'è dunque da parte mia grande amicizia per i gesuiti in genere; stima
si, molta. Rappresentate la parte più intelligente, colta e... astuta della
Chiesa e perciò anche la più pericolosa.
Anzi, mi viene un fiero sospetto, che non mi meraviglierei venisse
confermato. Tu sei forse sottoscrittore a questa lista e partecipi - a modo
tuo - al dibattito fra marxisti (sedicenti e no, e sono di più i sedicenti)
su preciso mandato, della tua Compagnia o della tua coscienza poco importa?
In fondo è nella tradizione della tua Compagnia la volontà di conoscere bene
l'avversario, di penetrarne le ragioni, le spinte e le logiche d'azione.
Anche per questo stimo molto, cioè considero di alto livello, la Compagnia
di Gesù. E poiché vi considero tutt'altro che sciocchi non posso credere che
tu possa vedere dei punti di contatto fra il marxismo e la teologia, fra il
marxismo e la visione religiosa della vita, della storia e della società. I
punti di contatto li può vedere qualche pseudo-marxista che nulla ha capito
del marxismo e del movimento comunista e che poco ha capito anche del resto.
Per quanto riguarda la tua risposta a James Miller (uno dei pochi marxisti
in lista) non mi pare proprio che James abbia sostenuto delle tesi che
possano concludere come tu gli attribuisci: "No, none of this is your real
motive, I know your motives better than you do.". Mi pare che anche Miller,
come me, pensi che indipendentemente dalle motivazioni soggettive di alcuni
abolizionisti, il movimento bianco abolizionista muoveva da ragioni
materiali ben espresso dallo stesso Miller e che non sto a ripetere in toto.
Quelle ragioni materiali, sebbene momentaneamente convergenti
sull'obbiettivo, erano affatto diverse da quelle dei neri stessi: questi
ultimi liberavano se stessi dalla schivitù, i bianchi, di fatto, liberavano
il lavoro come il capitale vuole che il lavoro sia libero. I bianchi che,
mossi soggettivamente (chi lo nega?) da motivazioni religiose, si
esprimevano radicalmente contro la schiavitù, non facevano altro che
riflettere nella loro soggettiva coscienza, con le intonazioni della propria
personale formazione culturale e ideologica, le determinazioni
infrastrutturali dell'interesse generale del capitale. So bene che mi
capisci, quantunque tu sicuramente non sia daccordo - essendo tu gesuita e
io marxista.

Sul "market socialism", verifichiamo un aspetto marginale della distanza che
separa te dal marxismo. Innanzitutto (indipendentemente da quel che ha
scritto Louis Proyect e che io non ho letto) il capitale riduce a merce la
forza lavoro dell'uomo, non l'uomo stesso. Lo schiavo è merce, non il
"libero cittadino lavoratore" del capitale. 
Orbene, la forza lavoro rimane merce anche se e quando è una cooperativa ad
acquistarla al suo giusto prezzo. Marx ha scritto qualche decina di pagine
su Il Capitale per spiegare che cosa è una cooperativa e per avvertire che
nulla ha a che vedere col comunismo. Erano Owen e diversamente Fourier a
pensare che bastasse rendere cooperativa la produzione di merc per avere il
socialismo. Ma capitalismo è appunto produzione di merci sulla base
dell'impiego della speciale merce forza-lavoro, da vendere sul mercato per
ricavarne il "giusto" profitto. Poco importa se poi il profitto è nuovamente
distribuito ai lavoratori cooperativi, detratta la quota di reinvestimento
per i successivi cicli produttivi. Vorrà dire che i lavoratori percepiscono
un salario e una quota del profitto. 
Il lavoro rimane merce.
Poniamo, poi, che i lavoratori della cooperativa A producano una merce X
prodotta anche dalla cooperativa B. Come si regola il mercato? Premierà la
cooperativa A che produce X di qualità migliore o a prezzi più bassi,
penalizzando la cooperaziva B. I lavoratori della coop. B percepiranno solo
il salario e magari tagliato. 
Come si raggiungerebbe infine un tale socialismo di mercato, con i
lavoratori auto-impiegati nelle cooperative? Chiedendo, per esempio, a Bill
Gates, o ad Agnelli di farsi da parte per lasciare la proprietà delle loro
mega-aziende alle cooperative dei dipendenti? Oppure obbligandoli? E poi?
Avremmo una bella Yugoslavia. Cosa mancava alla Yugoslavia oltre a una
"social ownership and workers' self-management added". La democrazia? Ed è
forse per la mancanza di democrazia che la yugoslavia è crollata sotto il
peso della crisi e gli stessi ignobili uomini della Lega dei Comunisti
Yugoslavi si sono trasformati tutti (da Milosevic a Karazdic a Tudjiman...)
in ferventi nazional-democratici, guidando le rispettive repubblichette alla
indipendenza e alla guerra?
Trascuro la Svezia, perché la storiella del socialismo svedese è finita da
sola (anch'essa travolta dalla crisi di ciclo del capitale).


Sui quark e la fede, ho poco da dire. la discusione mi sembra sciocca. E'
evidente che trattandosi di fede, trascende (è l'unica cosa trascendente
nella religione cattolica: qui hanno "ragione" gli Islamici) la ragione.
Certo chi scienziato si converte al cristianesimo (cattolico o no, poco
importa) o all'islamismo (conosci certamente Rodinson) lo fa in genere
cercando delle ragioni razionali alla sua fede e se vuole le trova.
Nondimeno resta un atto di fede. Sinceramente non conosco gi ultimi sviluppi
della teologia,in cui voi gesuiti mi pare abbiate dato il massimo
contributo. E lascio da parte la cosidetta teologia della liberazione, che
dal punto di vista teorico mi sembra un gran pastrocchio (è più serio il
vescovo anti-papa Lefebvre). Ma questo dio dovete averlo immaginato proprio
su misura (bespoke!): ha creato l'Universo, ok, e poi? Perché dovremmo
adorare e pregare un signore che, fatto il pasticcio si ritira negli Empirei
e lascia che tre quarti dell'umanità patisca la povertà o la miseria
assoluta, che milioni di bambini vengano sfruttati come schiavi, prostituti,
lasciati morir di fame o addirittura uccisi, che la sua creatura più simile
a lui, l'uomo, si sia organizzato in un sistema che sta distruggendo tutto
il resto della creazione, almeno sulla Terra, eccetera. Se ci credessi lo
bestemmierei, come lo bestemmiano tanti cattolici credenti che, dietro le
saporitissime bestemmie credo nascondano proprio queste domande. E se uno
scienziato o una persona che si pensa (e magari è) razionale alla fine
crede, è perché o queste domande non se le pone o ha confezionato a modo suo
(o come gli avete insegnato voi, e confesso la mia ignoranza) un concetto
del libero arbitrio che è sempre stato comodo forse per i grulli, ma
offensivo per dio stesso. Già perché allora occorre pensare che dio è
esistito ed ha agito nel punto T zero (inizio del tempo= creazione) ed ha
immediatamente cessato di agire nel punto T1.
Non scherzo, sono seriamente interessato a leggerti in proposito (anche noi
comunisti abbiamo necessità di conversare con l'avversario che stimiamo per
conoscerlo).
Con stima
Mauro Junior
Tel  (-39)02/35.51.275 fax (-39)02/33.200.101



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